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La
Lex Julia, proposta da Giulio Cesare nel 90 a.C., accordò la
cittadinanza romana a tutti gli alleati fedeli e poco più tardi
venne estesa anche alla Gallia Cisalpina.
Ne
conseguì un rapido dissolvimento delle autonomie culturali delle
popolazioni e il latino sostituì gradatamente le lingue e i
dialetti locali.
Dei fasti e nefasti del primo millennio dell’età cristiana
non abbiamo per i nostri luoghi una documentazione esauriente,
perché andarono distrutti dalle devastazioni e dai saccheggi dei
barbari, ma alcuni ritrovamenti tombali documentano l’esistenza a
Zenevredo di nuclei colonici dell’epoca romana.
Nello
scasso di terreni per l’impianto di nuovi vigneti in
località “i Casà” furono rinvenuti resti di
anfore, di antichi muri e manufatti in terracotta. Qui, secondo la
tradizione, sarebbe esistita la leggendaria cittadella Rosara,
la cui dislocazione è molto controversa: mattoni e monete di
epoca romana sono stati recuperati nel podere“Ca’ da
Prà”, l’antico Campus de Pratis vicino alla frazione Bettola, e anche a Bellaria, vicino a Poggio Pelato, l’antico Monte Scorreato.
La romanizzazione dei territori conquistati si realizzò nella centuriazione delle terre, nell’insediamento delle villae rusticae, nucleo primitivo dei villaggi, e nella costruzione di una poderosa rete stradale: la via Aemilia, costruita nel 187 a.C. partendo da Ariminum (Rimini) attraverso Bononia, Mutina (Modena), Regium Lepidum (Reggio Emilia) e Parma, raggiungeva Placentia. Qui si collegava con la Postumia che, costeggiando il piede delle nostre colline, toccava Iria (Voghera), Derthona (Tortona) e attraverso la valle dello Scrivia, Libarna (Serravalle) fino a Genua.
“C’è ancora qualcosa di piacevole nel mondo? Da ogni
parte vediamo lutti, ascoltiamo gemiti. Città abbattute, borghi
schiantati, campi devastati, le città quasi spoglie di abitanti.
E i superstiti, sotto i colpi di nuove sventure sono sopraffatti da
un’angoscia profonda...”. Così parlava papa Gregorio
Magno il 12 Settembre 590.
In
questo terribile scenario il monachesimo, illuminato dalle figure dello
stesso Gregorio Magno e, prima di lui, di Benedetto da Norcia,
operò assai attivamente.
I
monasteri, che si erano disseminati con prodigiosa proliferazione,
costituirono i nuclei intorno ai quali si raccolsero i “volghi
dispersi” e la vita delle popolazioni decimate e sconvolte dalle
invasioni, dalle guerre e dalle epidemie, si riorganizzò.
L’unica necessità era l’acqua, la vicinanza di una
fonte o di un torrente.
Sul
culmine della collina di Zenevredo esisteva una polla di acqua sorgiva,
poi incorporata nel Pozzone, una riserva di acqua potabile per tutta la
comunità fino ai primi decenni del Novecento: qui, fra
sterpaglie e macchie di ginepro, si era installato un cenobio
benedettino.
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