Alla fine del secolo, coinvolti nel turbine napoleonico, il Piemonte e l’Oltrepò furono occupati e annessi alla Francia. Dopo un breve intermezzo austro-russo che comportò ulteriori disavventure e miseria per le nostre popolazioni, Napoleone ritornava e vinceva gli alleati a Montebello il 9 giugno e a Marengo il 14 giugno1800. Con la proclamazione nel 1797 della Repubblica Cisalpina, il Piemonte e l’Oltrepò persero la loro individualità, ma nello spirito della rivoluzione portata dai francesi, con il Codice napoleonico del 1804, acquistarono buone leggi e moderni ordinamenti civili quali, per esempio, il matrimonio civile e il divorzio. 

Il rapporto fra stato e cittadini venne migliorato con una più ampia garanzia ai diritti dei privati, vennero soppressi i privilegi ecclesiastici, e l’agricoltura e il commercio presero nuovo impulso.
Tuttavia le riforme giunsero sul carro della dittatura militare che considerava l’Italia una preda e ne voleva il saccheggio: un’apposita commissione di esperti fece piazza pulita di quanto c’era di meglio nelle chiese, nei musei e nelle pinacoteche.
Dal 1799 al 1808 tutte le proprietà ecclesiastiche vennero dichiarate beni nazionali e confiscate; anche le possessioni del Monastero della Pusterla a Zenevredo furono incamerate e vendute a privati: lo scenario patrimoniale del comune cambiava volto con l’avvento di nuovi padroni. Qui finisce la storia e inizia la cronaca recente di quando eravamo povera gente, di quando il ricavato delle uova del pollaio serviva alle donne di casa per comperare al mercato il necessario per la famiglia, di quando un viaggio a Milano costituiva un avvenimento, di quando il dancing si chiamava balera, di quando il night era surrogato da una baracca con una insalata di verza e vino buono, di quando non c’era la televisione e facevamo cinque chilometri a piedi per vedere al cinema Stradellino i “comboi”, di quando scrivevamo sui muri viva Binda e viva Guerra con la carbonella.
I meno giovani questa cronaca l’hanno vissuta, i giovanissimi, nipoti benestanti di quei nonni vissuti in una Italia tribolata, potranno farsela raccontare.
Ora qui non c’è quasi più nessuno; le strade e le case sono vuote. I vecchi inquilini sono tutti dietro il cancello di ferro nascosto dagli abeti a lato della prima curva scendendo per la valle; i nuovi cittadini sono i nipoti benestanti dei vecchi che vi abitavano.
Le voci, i canti, le grida, i rumori che davano vita e colore al vecchio paese si sono assopiti. Altri rumori, messi a fuoco nitidamente dal suono delle campane che ci sorprende salendo al paese, dimenticate emozioni riemerse al casuale scattare di quel clic: lo scrosciare delle prime gocce sul tetto di paglia della casotta di campagna quando correvamo a ripararci da un temporale improvviso, il fruscio delle foglie degli ontani del rio di Saraia, le ore battute dal campanile che lasciavano nell’aria una lunga vibrazione dopo l’ultimo tocco, il martellare mattutino nelle aie per rifare il filo delle falci. E il cigolio delle secchie che salivano oscillando dal profondo del Pozzone, ogni secchia un proprio suono, come un inconfondibile marchio di qualità.


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