Non c’è quasi più nessuno. Non ci sono più le siepi ai lati della strada bianca, non più i buoi che tirano i carri, né le rondini sotto le grondaie.
Sono solo e straniero in questo paese con le strade deserte e le finestre accecate.

Egidio Maggi, Natale ‘91

Ma che cosa c’era qui, che l’incuria del tempo - e degli uomini - non ha cancellato per sempre?

Fino al primo trentennio del secolo, sulla strada bianca e polverosa che attraversava il paese si affacciavano le stesse finestre di oggi: la “periferia” iniziava a sud con casa Quaroni da un lato e l’Osteria della Concordia dall’altra e, a nord, la parte bassa del paese finiva con il Fossone, lo stagno che raccoglieva l’acqua piovana per gli usi “tecnologici” del paese: d’inverno, quando gelava e si copriva di una spessa lastra di ghiaccio, diventava il nostro stadio del ghiaccio.


Oggi il Fossone, ricoperto,
è una pista da ballo per feste che nessuno organizza…

 “Andar per acqua” era uno dei lavori più impegnativi: le donne facevano la spola con i secchi per attingere l’acqua al Pozzone (72 metri di profondità), unica riserva idrica del paese fino ai primi decenni del Novecento.

A volte il recipiente, calato troppo velocemente, si sganciava dalla corda avvolta sul tornello; venivano allora gli uomini che lo recuperavano con il luv, un geniale attrezzo munito di tanti uncini. Per lavare si usava l’acqua piovana raccolta nelle cisterne, scaldata nella caldera con gli stocchi del granoturco e per sciacquare il bucato le donne portavano il mastello alla vasca di granito del pozzo di Saraia o di quello di Fontanelle.


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