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 Nelle sere d’estate
gli uomini si sfidavano in chiassose partite di bocce nella corte dei Quaroni o
parlavano seduti sugli scalini di casa Cella.
D’inverno si
riunivano al dopolavoro, due fumosi stanzoni affacciati sulla piazzetta del
Monumento ai caduti per interminabili partite a scopone.
Per le strade
circolavano solo carretti, birocci, qualche bicicletta e due sole automobili,
quella del Dottor Codecà, il medico condotto che veniva da Stradella, e quella
del Signor Bozzini, che a Stradella scendeva per “una storia d’amore segreta ma
non troppo”.
Dopo la mietitura, arrivava in
paese la trebbiatrice tirata dai buoi.
Nella corte di Quaroni arrivava una macchina azionata da una dinamo che
veniva collegata ai fili della luce, e al Monastero arrivava dal piacentino il fugon, una piccola vaporiera alimentata
a carbone. Quando iniziava il lavoro, il macchinista tirava una manetta e
lanciava alcuni acutissimi fischi fra spifferi di vapore bianco. Quando a
mezzogiorno tutti si ritiravano per mangiare, i ragazzi appendevano alla manetta
un sasso per azionare il suflon, poi
se la davano a gambe, mentre il macchinista correva a disinnescare il congegno
per evitare che la pressione della caldaia andasse a zero. Il macchinista
teneva anche la contabilità dei sacchi di grano incidendo delle tacche su un
bastone: ogni cinque tacche, una tacca lunga. Il bastone sembrava un termometro
per misurare la febbre: per pochissime famiglie il bastone segnava una febbre
molto alta, per le altre più bassa; per le spigolatrici che avevano raccolto i
mazzi di spighe sotto il solleone, il bastone segnava una temperatura appena
sufficiente per reggersi in piedi.
Alla fine di agosto si compiva il rito della scartocciatura delle
pannocchie di granoturco. Sull’aia si dava convegno un cerchio di uomini e donne
che, ciarlando e cantando, mettevano a nudo le pannocchie ammucchiandole al
centro e lanciando i cartocci dietro le spalle; poi arrivava la macchina
sgranatrice: da una parte i chicchi gialli per le galline e per la polenta,
dall’altra i tutoli da bruciare nella stufa.
Con la vendemmia le
strade si animavano di carretti carichi di bibonce colme d’uva. Nello slargo
della pesa si affollavano colorati carri tirati da file di cavalli con le
collane tintinnanti di campanelli che portavano la nostra uva al di là del Po.
Fino a tarda notte gli uomini pigiavano e poi portavano
le graspe nelle botti preparate nelle cantine. Solo verso gli anni trenta
apparvero le prime pigiatrici meccaniche che facevano la spola da una cantina
all’altra. Con la torchiatura avevano fine i lavori della vendemmia; non
rimaneva che assaggiare e “gradare” il vino nuovo.
Le donne allora setacciavano le graspe esauste della torchiatura per
estrarne i vinaccioli e ricavare, insieme ai semi di ravizzone, olio per cucinare.
Le noci mature venivano riposte
sul solaio insieme alle mele e all’uva Verdea stesa sui graticci a seccare: il
dolce per Natale.
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