Il cimitero di Zenevredo

Col sopraggiungere dei primi freddi molte famiglie ammazzavano il maiale che avevano allevato dalla primavera: salami, cotechini, coppe e pancette venivano appesi a stagionare su paline pendenti dal soffitto della cucina; gli ossi spolpati integravano per buona parte dell’inverno la magra dieta; le mezzine di lardo, salate e stese su tavole, e le vesciche riempite di strutto, contribuivano a condire la minestra di tutto l’anno.

E poi arrivava la neve, abbondantissima. Nelle prime ore dal mattino passava la calà, lo spartineve comunale che aveva riposato per un anno intero ricoperto da rovi e ortiche sulla rampa del Fossone. Mezzo paese andava sulla neve a divertirsi con lo slittone che sembrava l’arca di Noè costruito dal Cinu, il falegname del Fontanone.

Si tornava a casa quando dal campanile suonava già l’Ave Maria e il paese sembrava in letargo: in attesa che i vigneti rinverdissero, era per tutti tempo di riposo.

Domani avremmo ricominciato.

 

 



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