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Il
viticcio, nota l’autore latino, per essere costruito richiede
arboscelli su cui possano essere legati i sarmenti: tale metodo fu praticato
fino al XIII secolo. Più tardi le viti furono coltivate “a gabbiaia”: quattro viti legate e sostenute da
alberi da frutta o da pioppi e talvolta da pali allineati per
l’allevamento a spalliera. Le qualità più coltivate erano
le vitis vermillee e
le vitis nostrane; negli statuti pavesi si
accenna a un vinum vermilleum lomelline et ultrapadi.
La trasformazione dell’uva in mosto e in
vino avveniva probabilmente in un torchio del Castello Mirabello, nel
1247 ancora di proprietà della famiglia Arpoti,
e che il Monastero di S. Maria Teodote
rilevò cum copertura et utensilibus.
Le rese erano molto basse per la scarsa
densità delle viti e per il sistema di torchiatura rudimentale che non
poteva sfruttare completamente il prodotto. Probabilmente i coloni, dopo la
torchiatura il cui ricavato era dovuto per metà al monastero, ripressavano le graspe
innaffiate per ottenere un vinello utilizzabile per consumo personale.
A partire dal XIII secolo i documenti parlano
sempre meno di boschi, che rimangono confinati lungo i rii nei pressi di
Fontanelle e sul colle di Poggio Pelato (Monte
Scorticato). Con l’estendersi delle colture differenziate che nel
territorio andavano sempre più privilegiando la viticoltura, i boschi
erano ormai tanto ridotti da rendere difficoltoso l’approvvigionamento
della legna da ardere, da costruzione e la paleria per l’impianto dei
nuovi vigneti. I proprietari si preoccupavano di proteggere con rigide
clausole gli alberi ancora esistenti sui fondi perché ai concessionari
fosse vietato danneggiarli con il taglio dei rami.
Negli ultimi decenni del Quattrocento si
incoraggiò la coltura dei gelsi in tutto il Ducato Sforzesco
e lo stesso Lodovico il Moro amava identificarsi nei “moroni” perchè “primi a mettere le
foglie, primi a dare i frutti”.
Galeazzo, figlio di Francesco Sforza, pronto a
cogliere i vantaggi del rapido sviluppo dell’arte della seta,
obbligò i proprietari di terreni alla piantagione de li arbori di moroni ed emanò un editto concedendo agevolazioni sull’allevamento de li vermini
quali fanno la seta.
A Zenevredo la
coltura dei gelsi fu introdotta a metà del Settecento. Alla fine del
secolo le monache del Monastero costruirono un fabbricato, chiamato ancora
oggi la Filanda, per la lavorazione del prodotto della bachicoltura.
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