Le donne si specializzarono a trovare i capofili dei bozzoli e a riunire le bave per formare i
serici fili; la giornata di lavoro era pesantissima:14 ore, e la retribuzione
era minima. La bachicoltura continuò a essere molto diffusa fino ai
primi decenni del Novecento: insieme al pollaio consentiva un magro arrotondamento
del bilancio familiare. Veniva solitamente praticata in una stanza da letto
della casa: nelle cinque settimane necessarie allo sviluppo dei bachi ci si
adattava a convivere col brulicante allevamento. Quando il ciclo si chiudeva
le donne raccoglievano i bozzoli e riempivano i sacchi da portare al mercato.
Ma non sempre tutto andava nel modo sperato: i bachi potevano essere colpito
dal calcino o dal marciume e allora il guadagno era compromesso; per indicare
l’umore depresso di una persona, era diffusa l’espressione:
“ghé andà
mal i bigatt”.
Nell’Ottocento il paesaggio delle
colline dell’Oltrepò e in particolare
di Zenevredo, dopo lo smembramento della grande
possessione del Monastero della Pusterla e lo
sfaldamento delle grandi proprietà che gli erano succedute,
subì una notevole trasformazione. Lo sviluppo della viticoltura aveva
favorito, dopo l’unità d’Italia, il formarsi di una
struttura proprietaria frazionata in piccolissime unità da meno di un
ettaro a tre ettari circa di terreno, che si inseriva gradualmente tra i
vasti possessi signorili che ancora caratterizzavano la struttura fondiaria
della regione. Se a metà dell’Ottocento i terreni collinari
destinati alla vite non raggiungevano un terzo delle superfici agrarie, alla
fine dell’Ottocento la vite allignava su circa i tre quinti della
superficie.
Ma le malattie della vite, importate
casualmente dall’America e propagatesi rapidamente, misero in crisi
l’economia della zona. Prima l’oidio, manifestatosi intorno al
1850, costrinse molti viticoltori a scalzare le viti per far posto ad altre
colture. Nessun sistema sembrava utile; Cavour, allora ministro
dell’agricoltura, iniziò una campagna in difesa del flagello,
incitando gli esperti a studiare possibili rimedi al male. Si racconta che
persino Garibaldi diede il suo contributo: nel 1859 consigliò al
vescovo di Biella, suo ospite occasionale, il trattamento con solforazioni, sperimentato con successo da un giardiniere
inglese. Il vescovo provò e il risultato fu brillantissimo, tanto che
la gente, incredula sull’efficacia di un rimedio così semplice,
pensò a qualche magia ed esorcismo. Occorsero molti anni perché
ci si convincesse della tecnica, e alla fine l’oidio fu vinto.
Ma, prima dell’introduzione
della solforatura, la produzione del vino subì
una diminuzione sostanziale, riducendosi nel 1851 a un terzo di quella del
1838.
Circa trent’anni
dopo apparvero la peronospora e la fillossera; nella nostra zona si
manifestarono quasi contemporaneamente nel 1879.
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