in segni di un lontano avvenire e stanca di battagliare con mille dubbi, colle paure, cogli scoraggiamenti, stringersi in un intenso melanconico desiderio per ciò che fu. Io li evoco allora i miei amati ricordi, io li voglio; li voglio uno per uno contare come la nonna fa co’ suoi nipotini. Ma essi, sulle prime, mi si tirano indietro: quatti quatti erano là sotto il bernoccolo della mia testa: io li annojo, li stuzzico; quindi han ragione se fanno capricci. Pure, a poco a poco, il groppo si disfa; uno, il men timoroso, caccia fuori il musetto; un secondo lo imita: essi cominciano a uscire a sbalzi, a intervalli, come la gorgogliante acqua dal barbottino”.

Pretendere di stabilire una geografia esatta dei luoghi vissuti dallo scrittore giovinetto è impresa ardua, poiché il Dossi, seguendo il filo dei suoi racconti, indugia spesso in preziose divagazioni, privilegiando il tono accorato del sentimento, più che le immagini concrete della realtà.

Noi che conosciamo i luoghi dei suoi primi passi e possiamo ricostruire con buona approssimazione quel tanto che ora non c’è più, riusciamo a seguire gli itinerari evocati dalle sue memorie: “… pensate a’ suoi oscillanti nervetti in mezzo ad un casone come quello di Zenevredo, già frateria, dalla mobilia che dì e notte stiantava e di cui la più piccola sala, poniamo l’abbigliatoio di donna Giacinta, avrebbe, con tutta comodità, tenuto un grosso elefante. Per la qual cosa, i primi ricordi di Alberto, quelli cioè che primi hanno un deciso profilo in quella nebbia di strane e mezze memorie, tracce di una pre-esistenza, suonano vastità. Alberto si rammenta ancora di certo immenso scalone coi buchi da soffocare le faci, ch’egli rasente al muro, leggero, sotto lo spago di sollecitarne gli echi, scendeva; come di tal corritojo che, nell’ora in cui le buone mammine rincalzano le lenzuola ai loro citelli, egli seienne, affidato dall’ava alla bambinaia e abbandonato da questa, doveva passare da solo; un lungo corritojo, lungo come la vita dei frati, i quali, un secolo prima lo passeggiavano; a travi, dall’ammattonato su e giù, terribile tanto, soprattutto agli svolti”.

Nella silenziosa casa delle monache ripercorriamo i suoi passi, lungo lo stesso scalone, gli stessi lunghi corridoi non più ammattonati e immaginiamo, nella “sala a mosaico” e nella “salle à manger” i grandi mobili che potevano contenere un elefante.

Dal terrazzo sul retro della casa racchiuso ancora dalla stessa balaustra a colonnine di cemento guardiamo giù nella strada dove:“…striduli suoni d’un ansante organetto salgono dalla strada. Io, subito dimenticando il favorito pécoro di cartone e gli abitanti di una gigantesca arca di Noè, dalle cui verniciate superfici sentomi ancora ingommate le mani, balzo al poggiolo, arrampico sul balaustrato e vedo giù un microcosmo di cavalieri e di dame che saltellano convulsi sullo sfiatato strumento”.

Fra i sottili scuri tronchi delle robinie sul bordo del pendio, ammiriamo il vasto panorama sottostante, segnato dal nastro argenteo del Po e lontano, nella foschia, Pavia con la cupola del Duomo. In questo paesaggio preciso e tangibile, trasfigurato dallo scrittore in notturno metafisico per poterlo colorare di nero, di ardesia e di azzurro con le strisce luminose delle stelle cadenti “…c’intorniavan robinie. L’ombre di esse, una di cui ci copriva allungandosi tra le gambe delle panchette, sul suolo bizzarramente; e, negli squarci da fusto a fusto, scorgevasi giù sciorinata la campagna, gibbosa, sparsa di villaggi dai lucenti tetti d’ardesia, macchiata di querceti - masse nere,


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